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22_09_2015

S

e vogliamo trovare una cifra a questo

specifco momento economico del set-

tore moda italiano, è senz’altro un’irre-

frenabile corsa a sbarcare sul continen-

te nordamericano, gli USA in primis.

Quando il viceministro allo Sviluppo

Economico, Carlo Calenda, si dice sicu-

ro che «compenseremo il calo in Russia e in Cina

con qualche punto percentuale negli Stati Uniti in

più», come ha fatto sapere a latere della fera tessi-

le Milano Unica, si fa portavoce di questa diffusa

aspirazione. In realtà, come i nostri imprenditori

ben sanno, è tutt’altro che semplice imporsi su un

mercato mastodontico in cui la concentrazione dei

canali di vendita è forte, le modalità contrattuali

sono piuttosto spicce, la sensibilità per il made in

Italy rimane limitata ad alcuni ambiti merceologici

e il divario tecnologico con le nostre realtà azien-

dali non si prospetta indifferente. Bisogna dunque

Alla conquista degli States

Marc Sondermann

Direttore/Editor-in-Chief

attrezzarsi, prima di tentare di colpire: ma il gioco

vale la candela, soprattutto in una fase di dollaro

forte. Non è comunque un gioco da tutti, ed ecco

allora chi, la sua America, la cerca in casa, nei no-

stri mercati di sbocco tradizionali, che poi sono

quelli limitrof di matrice europea. Anche qui, in

ogni caso, la ricetta americana risulta vincente. In

primo luogo, perché il segmento più premiante del

momento rimane la moda contemporary, la cui

culla nonché luogo ideale di provenienza è sen-

za dubbio New York. In secondo luogo, perché il

gusto che sulle passerelle sembrerebbe prevalere è

quello più sobrio, alla Mayfower per intenderci,

che risulta essere lontano anni luce dall’opulenza

e dalla caleidoscopica esplosione di colori tipiche

della fase più espansiva del miracolo economico

russo e cinese. Mentalmente siamo ora tutti alla

ricerca della nostra America, interiore o esteriore.

Lasciamo allora che il sogno si avveri.

The Italian fashion system is now living its American moment, in the sense that its players truly

aspire to take in the US market by storm. However unlikely this may appear for smaller and less

strongly capitalized brands, big ones do stand a chance. For everybody else, the American paradigm

of New York-inspired contemporary collections, as a key driver of growth, still holds true.

Especially if fashy tendencies are fenced in, and sobriety reigns supreme.

L’EDITORIALE